is it my world? #8

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Ogni modo è buono per occupare spazio, per perdere la voglia di spiegare catalogare denunciare decidere devolvere progettare abituare. Molte persone, molte occasioni, molti viventi, sciroppi di goij a fiumi, bevi e ti depuri, e ogni volta sembra che sia l’ultima e ogni volta invece si crea terra nuova da tutto sto pattume, e non capisci da dove possa arrivare. Nessuna decisione, nessuna fondazione, solo lo stato delle cose che avanzano come mareggiate, raccolta di remi alberi geppetti e pinocchi.  Piuttosto che riformare ricondurre riplasmare ricollocare rimaneggiare meglio ridire che ogni deposito millenario resti dove si trova, abbarbicato feroce alle sue radici. Per otto volte, Is it my world?, la domanda resta lecita e non invecchiamo più di un anno per volta ma siamo appena nati, dunque c’è tempo. Parte di costellazione che ancora fuma per il gelo che la circonda, comincia intanto a infilare le solite instancabili parole, che al contrario di quello che pensano i più maturi non significano mai quello che significano, almeno non sempre, almeno per noi.  Ormai è tempo che, per tutti, possiamo chiudere un occhio e immaginare e vedere che si, si insomma, bisognerebbe finalmente decidersi di voler proprio essere in tutto e non solo qualche cosa.

Una biglia lanciata nello spazio profondo e che non si chiami più teatro.

Massimo Conti

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